Il sistema pensionistico italiano si basa su un sistema distributivo, o a ripartizione: i lavoratori versano i contributi con i quali vengono pagate le pensioni direttamente agli attuali pensionati.
E’ a tutti gli effetti un patto fra generazioni.
Questo significa che è praticamente assente un accumulo per ogni singolo individuo.

LA MANOVRA CHE IN UN COLPO SOLO HA MANDATO IN ROVINA L’ITALIA E IL FUTURO DEI GIOVANI

Nel 1973 il governo Rumor (Democrazia Cristiana) ha creato le baby pensioni nell’impiego pubblico (provvedimento approvato da maggioranza ed opposizione). Lo scopo di questo provvedimento era di avere in cambio consenso politico.

In particolare, ai dipendenti pubblici bastavano i seguenti anni di contribuzione per andare in pensione:
• 14 anni 6 mesi e 1 giorno per le donne sposate con figli
• 20 anni per gli statali
• 25 anni per i dipendenti degli enti locali

Con una aspettativa di vita di circa 85 anni, i dipendenti pubblici che sono andati in pensione fra i 35 ed i 39 anni (circa 8.000) percepiranno la pensione per almeno il triplo degli anni di contribuzione.
Dopo il 1974, anno in cui ci fu un vero e proprio baby boom, le nascite cominciato a diminuire
Gran parte del reddito dell’Italia se ne va per pagare pensioni, mettendole in conto alle generazioni future
In 20 anni sono riusciti a far lievitare il debito pubblico oltre il 100% del PIL e le pensioni hanno un’enorme incidenza.
Dopo gli anni ’70, lo Stato impiega 24 anni prima di correre ai ripari e tentare di salvare la situazione.
Amato e Dini hanno eliminato le baby pensioni, trasformandole in pensioni di anzianità e ritornando al sistema contributivo.
Tuttavia, il danno è ormai è fatto.
Dal 1996 si decide di passare al sistema contributivo, attraverso un complicato sistema misto.
In pratica, solo i contributi versati dopo il 1996 vengono calcolati con il nuovo sistema, mentre quelli precedenti saranno calcolati secondo un sistema misto.
Per tutte quelle persone che prima del 1996 avevano già versato 18 anni di contributi, invece, il calcolo resterà completamente retributivo.
Con il sistema retributivo c’era in ogni caso l’integrazione al minimo (la cd. pensione minima), che nel 2014 era di circa 500 € al mese.
Con l’attuale sistema la pensione minima è stata eliminata.
Questo significa che se i tuoi contributi hanno maturato una pensione di 200 € dovrai campare con quelli.
Poi arriva il duo Monti-Fornero, che mettono nuovamente mano alla situazione, stabilendo:
• L’innalzamento ulteriore dell’età pensionabile
• Mettono in crisi migliaia di lavoratori creando la categoria degli “esodati”, cioè coloro che si sono licenziati a ridosso della pensione (stipulando spesso accordi favorevoli direttamente con i datori di lavoro), ma che si sono trovati allo stesso tempo senza stipendio e senza pensione proprio a causa della improvvisa modifica dei requisiti di pensionamento
• Definiscono nello specifico il sistema da utilizzare per calcolare la pensione
Tutte le persone che hanno iniziati a lavorare dopo il 1996 andranno in pensione in base ai contributi realmente versati e rivalutati in base alla crescita media degli ultimi 5 anni del PIL italiano
La rivalutazione da applicare nel 2014 (riferita al 2013) è stata negativa. Hanno pensato bene di non applicarla.
Un esempio:
Per avere una pensione lorda di 1.000 € al mese a 67 anni dovrai aver versato all’interno del tuo conto corrente previdenziale oltre 200.000 e fra contributi e rivalutazioni.
Il lavoratore versa ogni anno i contributi obbligatori, che si rivalutano e creano una somma detta “montante contributivo”.
Quando si arriva alla pensione, la cifra che riceveremo ogni mese viene calcolata moltiplicando il montante contributivo per un numero (detto coefficiente) che varia in base alla età.
Il problema è che questo coefficiente è in continua diminuzione.
La riforma Monti-Fornero prevedeva anche il blocco delle rivalutazioni per le pensioni superiori a 1.500 € netti. Dopo qualche ora questa norma è stata dichiarata anticostituzionale.

Ai miei figli ho aperto il fondo pensione appena sono nati. Fallo anche tu appena possibile. Sarà la loro “cassa per le grandi esigenze”.

Nel Gennaio 2015 ho letto un articolo sul “Corriere della sera” dal titolo emblematico “Pensioni, mini assegni da 173 € al mese”. L’articolo parlava dell’importo medio delle pensioni di invalidità e superstiti erogate con il solo sistema contributivo dopo la riforma Dini.
I risultati sono drammatici in quanto il nuovo sistema ha eliminato le integrazioni al minimo, ossia quella somma considerata “soglia di povertà”, quando l’assegna mensile risulta inferiore a 500 € circa.
Ciò significa che il lavoratore che ha iniziato a lavorare dopo il 1995 e che oggi è sposato e con figli piccoli, nel caso non dovesse più lavorare a causa di una grave invalidità dovrebbe campare con qualche centinaia di uro al mese.
In caso di morte, la vedova ed i figli riceverebbero allo stesso modo una pensione da terzo mondo.
Sei obbligato a versare qualche centinaia di migliaia di euro, ma non ti dicono per cosa, per quali prestazioni e a quanto ammontano.
Dopo anni hanno deciso di comunicare le previsioni sulle future pensioni di vecchiaia.
E quelle di invalidità e superstiti?
Se vai a chiedere informazioni agli sportelli dell’INPS ti rispondono “solo nel caso di effettivo accadimento possiamo dirle quanto le spetterebbe”
E’ il paradosso italiano: siamo obbligati a versare i contributi, senza sapere per cosa.
Noi, insieme ai nostri assicurati, stiamo subendo il sistema.
Possibile che nessuno si impegni maggiormente per chiarire questi aspetti?
A chi spetterebbe questo compito?
A scuola perché non preparano i giovani anche su questi temi?
E’ solo colpa dello Stato?
E’ solo colpa nostra?

 

LEGGI LA STORIA DI GIOVANNI

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